domenica 23 settembre 2012

La Settima Nota

« Sì, devi girarlo! » mi dicono « Giralo! »
Io guardo i compagni di terza elementare che sono a fianco, non capisco. Il pubblico bisbiglia, ridacchia, guarda noi sette, illuminati nel buio della grande sala. La maestra chiama il mio nome, la vedo fare strani gesti a lato del palcoscenico.
Cosa vuole?
Il brusio aumenta di intensità, le risate si fanno più forti.
Cosa volete tutti?
Guardo i miei genitori seduti tra il pubblico, anche loro sorridono e mio padre si tocca il petto più volte. Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.
Perchè mi avete costretto a venire qua?


Un paio d’ore prima ero a casa, spaparanzato sul divano. Alla televisione davano una puntata del telefilm “Manimal”, l’uomo mutaforma che può divenire giaguaro, pitone, falco: respira con calma, trova la giusta concentrazione, per trasformarsi.
Inspira profondamente. Espira profondamente.
Chiamano per cena. Rinuncio alla trasformazione.
Ci sediamo a tavola e mangiamo.
Il telegiornale finisce e i nostri piatti sono vuoti. Mio padre si è acceso una sigaretta. Mamma ha cominciato a sparecchiare.
« E anche stasera abbiamo mangiato » dice mio padre, io annuisco sorridendo « come è andata oggi? » mi chiede.
« Bene » rispondo pronto « ho preso B in storia! »
« E perché non hai preso A? »
Mio padre è sempre molto serio ed esigente quando si parla di scuola. Ha abbandonato gli studi dopo la terza media ed è andato a lavorare in campagna col nonno. Solo in seguito, quando ha visto colleghi più giovani percepire uno stipendio più alto, facendo lavori meno faticosi, si è reso conto dell’errore commesso: avere interrotto gli studi è uno dei suoi grandi rimpianti. Ora non vuole che si ripeta.
« Mi raccomando, studiare è importante, devi pensare solo a questo. »
« Lo so papà, studio! »
« Hai qualche interrogazione nei prossimi giorni? »
« No, nessuna. Anche se... » mi convinco non ci sia niente da nascondere, saranno d’accordo con me che non è importante « stasera c’era il saggio di musica. Ma non vado. »
Si voltano verso di me, allarmati, con una reazione che non mi aspettavo.
« Il saggio di musica? E’ stasera? » chiede mia madre nel panico.
« A che ora comincia? » esige di sapere mio padre.
« Alle nove e mezza ma... » balbetto « non importa, non sono pronto, non ci voglio andare. »
« Tu ci vai » lapidario « se usciamo fra poco siamo ancora in tempo. » Il padre si alza dalla sedia e si appresta a seppellire nel ridicolo il proprio unico figlio.


***


La clavietta è, assieme al flauto dolce, uno degli strumenti più temuti della storia. 
Gli studiosi sono concordi nel farne risalire l’invenzione al tardo Medioevo, ad opera del tedesco Frank Xaver Mohr.
Mohr aveva ideato una prima versione della clavietta come giocattolo per il figlio: si trattava di una piccola tastiera con sei tasti che funzionava come strumento a fiato. In questo modo, pensava Mohr, il bambino si sarebbe avvicinato allo studio del pianoforte classico, divertendosi. Ma il figlio si suicidò. Mohr, disperato per la perdita, decise di lasciare la famiglia e intraprendere il percorso della fede che lo portò a divenire, nel giro di un decennio, vescovo della Chiesa cattolica e maestro di torture della Santa Inquisizione.
Non appena nominato inquisitore, si preoccupò di rinnovare le metodologie e la strumentazione utilizzate nella tortura. “Per ottenere una vera e sincera confessione,” leggiamo da alcune pagine di un suo diario, “è necessario parlare all’anima dell’inquisito, non solo al corpo”. Mohr, che aveva conservato il giocattolo del figlio, riprese quel primo rudimentale modello e lo modificò, collegando un tubo mobile alla tastiera. In questo modo risultava agevole fissare il tubo alla bocca dell’inquisito. Lo strumento veniva utilizzato in combinazione con altri arnesi di tortura come fruste, flagelli e schiacciadita: la vittima urlava dal dolore e soffiava involontariamente nel tubo collegato alla tastiera. Il boia modulava il suono in uscita pigiando i tasti, creando un inquietante sottofondo musicale. Proprio i boia richiesero l’introduzione della settima nota e dei tasti neri, per suonare partiture più complesse e famose.
La clavietta raggiunse così la massima diffusione in tutta Europa mentre il suo inventore, divenuto tanto famoso quanto temuto, venne soprannominato “Mohr Tua”.
Solo in un secondo tempo lo strumento divenne obsoleto. Alcuni anni dopo la morte di Mohr, gli inquisitori si resero conto che i torturati non avrebbero mai potuto confessare: il tubo fissato alla bocca glielo impediva.


***


Fino all’ultimo avevo sperato fosse troppo tardi, avevo cercato di cambiarmi lentamente, di prendere tempo in bagno, di dimenticare lo strumento. Niente da fare. Quando vuoi che il tempo passi velocemente, la lancetta dei secondi rallenta, si ferma, ti concede tutto il tempo di fare quello che sei costretto a fare.
Usciamo. Siamo in macchina. Arriviamo e troviamo subito parcheggio. Che fortuna.
I miei compagni sono già pronti a salire sul palco. La maestra, vedendomi arrivare, si illumina.
« Oh, meno male che sei venuto... mancava il settimo! » non si ricorda il mio nome, la cosa non mi stupisce, ci siamo visti solo alla prima lezione. Mi spiega l’entrata in scena e come si svolgerà l’esibizione musicale. Parla senza pause, io spero mi insegni a suonare in quei due minuti a nostra disposizione ma non succede.
« Maestra, io non ho studiato molto, non so cosa devo fare, non so suonare » le dico candido. La verità è sempre la migliore soluzione, bravo, ho fatto bene a confessare. Sto diventando grande, sono fiero di me.
« Non ti preoccupare, l’importante è che siate in sette, fai quello che fanno i tuoi amici. »


Quello che fanno i tuoi amici.
Io avevo saltato tutte le lezioni pomeridiane di musica per andare in sala giochi. In quei mesi era arrivato un nuovo videogame, “Ghost n' Goblins”: un cavaliere barbone con armatura che combatte zombie per salvare la sua bella. Mentre i miei diligenti compagni di classe pigiavano note con la maestra, preparandosi al saggio, io mi attaccavo al joystick e pigiavo sui pulsanti per fare fuoco, come se la mia vita fosse dipesa veramente da quel gioco virtuale.
Lezioni di musica? Dovevo salvare la principessa, io!
La clavietta la suonavo solo per conto mio, a casa, creando una specie di jazz immaturo e malinconico: se sentivo la nota che cercavo, la tenevo, vi ritornavo; se invece sbagliavo nota, passavo alla successiva, cercando riff strani e stonati che andavo a ripetere più volte. Sono sicuro che qualche boia, ai tempi di Mohr, deve aver avuto la mia stessa sensibilità.


Ora però la gente sghignazza, i miei compagni si toccano il petto,
Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa,
sorride persino la maestra che continua a gesticolare. Io rimpiango di aver sprecato tutto quel tempo in sala giochi per una principessa che non aveva mai chiesto di essere salvata. Continuo a non capire, cosa dovrei fare secondo loro? I miei compagni hanno già suonato, no? Ho fatto finta di suonare con loro, imbroccando qualche nota.
Cosa volete di più?
Cosa volete tutti da me?
Allora provo da solo e comincio. Prendo maggior coraggio, soffio più forte. Comincio da note basse, risalgo lentamente. Trovo uno dei miei riff, lo ripeto, poi lo modifico, lo lascio per poi ritornarvi. Il mormorio comincia a placarsi. Nessuno avrebbe mai pensato che uno di quei bambini potesse improvvisare un assolo jazz. Così, dal nulla.
Tutti restano in silenzio. Sento di averli in pugno.
E’ il mio grande momento.
“Fatelo smettere, per pietà!” una voce si è levata nell’oscurità e viene accolta da uno scroscio di applausi e risate che sovrastano il suono della clavietta. Smetto di suonare, guardo in basso il legno del palco, sconsolato, la vista mi si appanna. Vorrei alzare gli occhi verso i miei genitori ma sono certo stiano ridendo anche loro. Sento che le lacrime stanno per ultimare questo capolavoro dell’umiliazione mentre le risate e le grida in sala non si arrestano.
In questo momento vorrei essere Manimal, trasformarmi in uccello e volare via, lontano, oppure divenire un giaguaro e divorarli.
Inspiro profondamente. Espiro profondamente.
« Devi girarlo! » mi ripetono « Si, giralo! »
Mi accorgo che gli altri bambini, i sei compagni al mio fianco, hanno un cartello appeso al collo con una cordicella. Su ogni cartello vi è riportata una nota musicale, a grandi caratteri scritti a mano. Li passo in rassegna uno ad uno: “Do”, “Re”, “Mi”, “Fa”, “Sol”, “La”. Il “Si” è appeso al mio collo, dietro la schiena. Gli altri hanno girato la propria nota al segnale convenuto mentre io, preso dal panico di dover salire sul palco, me ne sono completamente dimenticato.
Inspiro profondamente. Espiro profondamente.
Tu, maestra, che hai ideato questa cazzata, sarai la prima ad essere sbranata.

mercoledì 12 settembre 2012

Antipatico in Libreria

Oggi sono sceso dall’autobus un paio di fermate prima, per fare un salto in libreria, nonostante sia la settimana più calda del mese più caldo dell’anno, nella città più calda d’Italia che non è Palermo, dove arriva dal mare blu una leggera brezza, bensì Bologna, dove il mare più vicino dista cento chilometri ed è verde, e dove l’unica cosa che soffia, quando soffia, è il fon di Dio: aria calda sparata contro il nostro sudore appiccicaticcio, per ricordarci che la vita è sofferenza, sopportazione e patimento.
Questa frase mi piace lunga così, non rompere.
E’ da molto che non compro nulla da leggere, negli ultimi anni si sono accumulati troppi libri sul comodino e sul ripiano e sulle mensole e sulla scrivania. Ho così cercato, per diversi mesi fino ad oggi, di frenare quell’istinto all’acquisto selvaggio, paragonabile solo a quello di una quattordicenne con il portafoglio pieno, che si ritrova di fronte a una vetrina di gonne filopassera all’ultima moda. Oggi, invece, mi sono detto “al diavolo, approfittiamo di questa settimana in cui sono ancora tutti al mare, fuori dai coglioni, andiamo alla Feltrinelli sotto le due torri, mi metto a leggere qualcosa a sbafo, c’è l’aria condizionata, magari trovo pure qualcosa di interessante”.
Sarebbe più sano prendere in prestito i libri in Sala Borsa, la grande biblioteca di Bologna situata in Piazza Maggiore, dietro il culo del Nettuno. Purtroppo il messaggio di John Lennon, nella sua bellissima “Imagine”, non ha attecchito come sperato nel mondo occidentale. Dovremo convivere con il concetto di proprietà privata ancora per qualche secolo. Per oggi mi adeguo al mio tempo e seguo il branco. Sono consapevole di aver raggiunto una certa maturità per compiere l’acquisto solo nel caso l’opera sia veramente importante, indispensabile, un’opera che possa espandere i miei orizzonti verso nuove illuminazioni sul senso della vita e la comprensione degli altri. O, viceversa, qualcosa di ben scritto.
Sono entrato e mi sono arrestato alcuni attimi per la differenza di temperatura di una decina di gradi. Mi stupisco sempre quando ciò che percepiamo da fuori si rivela essere diverso da come in effetti è dentro.
Ho attraversato velocemente filosofia e sono infine entrato nella sala dei narratori. Qui ha attirato la mia attenzione un libro di Charles Bukowski che non avevo mai visto, “Il Capitano è fuori a pranzo”. In copertina c’era un disegno di un uomo barbuto con un accappatoio a righe, immerso fino ai fianchi nell’acqua di una piscina, mentre una bionda, di cui era visibile solo la nuca, gli stava facendo presumibilmente un pompino. Magia della prospettiva. Ho letto l’inizio della quarta di copertina: come immaginavo non si trattava di un romanzo ma di una raccolta, pagine di un diario scritto negli ultimi anni di vita. L’ho aperto a una pagina a caso, ho letto alcuni frammenti, l’ho annusato e ho guardato nuovamente la copertina.
“Vieni con me, Charles, consigliami qualche altro libro”.
“A me piace molto Hemingway” mi risponde.
Ho cominciato a scorrere i titoli dei classici. Ho preso in mano “Il Grande Gatsby” di Scott Fitzgerald, libro che già avevo in casa; cominciato poco tempo prima, l’avevo dimenticato sotto qualche altro libro senza terminarlo. Mi sono seduto su una poltroncina e ho cominciato a leggerlo, senza vergognarmi, cosa che succedeva con l’edizione di colore rosa che possedevo, comprata da mia madre trent’anni prima come allegato al giornale “Grazia, il settimanale per le donne sensibili e delicate”. Come se il colore non fosse stato sufficiente vi avevano specificato, in stampatello, che si trattava di un “ROMANZO D’AMORE”. Non avevo mai dato particolare importanza all’aspetto esteriore di un libro ma il mese prima, mentre lo leggevo sull’autobus, un senegalese dalle lunghe treccine mi rivolse parola con accento francese: “un romanzo d’amore, devi avere un animo molto sensibile, comment tu t’appelle?”, “je m’appelle David, scusami, alla prossima fermata devo scendere, ciao”. E’ incredibile come il cervello elabori velocemente e in maniera creativa una via di fuga in caso di pericolo. Mi sono chiesto se qualcuno della redazione di Grazia degli anni ottanta l’avesse mai letto, “Il Grande Gatsby”. Mi piacerebbe andarci, alla redazione di Grazia, verificare se vi lavora qualcuno di allora, parlargli con calma, dirgli che il suo lavoro può avere ripercussioni devastanti sulle nostre vite. Per decenni.
Torno sul libro che ho tra le mani, “Non importa se questa edizione è più sobria”, mi sono detto, “finirò il capitolo per poi lasciarlo dove l’ho preso. Le parole che contiene sono le stesse dell’edizione ambigua, che senso avrebbe ricomprare le stesse identiche parole avvolte da una copertina diversa? Questo libro non è migliore del mio, non è scritto meglio, è lo stesso identico libro”. Il ragionamento non faceva una piega. Ho ripreso a leggere nel silenzio generale della sala deserta.
Una voce squillante di donna, intenta a conversare al cellulare, mi ha distolto improvvisamente dalla lettura. L’ho ascoltata quel tanto che bastava per capire che stava parlando con un’amica, niente di particolarmente importante, chiacchiere sul cane.
Eppure i secondi passavano e la telefonata non terminava.
Mi sono sempre chiesto come fanno le donne a stare tutto quel tempo al telefono. E’ un aspetto che non invidio perchè sono dell’idea che, per citare un poeta ferrarese, “con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche”. Allo stesso tempo mi incuriosisce questa capacità: poter comunicare per così tanto tempo, trasferire così tanti dettagli, particolari apparentemente privi di una qualsiasi minima utilità, sia per loro, sia per me, che per il mondo intero. Eppure, ne sono certo, questo scambio continuo di informazioni, questa mole incredibile e inimmaginabile di esperienze condivise, rende le femmine caratterialmente più forti e preparate ad affrontare la vita rispetto a molti maschi.
Pensando questo ho rinunciato a continuare il Fitzgerald e ho ripreso in mano il Bukowski, per leggere ancora la descrizione sul retro e convincermi definitivamente che fosse un buon acquisto.
La donna continuava a parlare, passando lentamente in rassegna le copertine disposte in ordine sulla lunga tavola che ci separava.
Ho cercato di concentrarmi sulla lettura, benchè gli acuti della donna interrompessero di continuo il flusso dei miei pensieri:  
“le corse di cavalli sembrano l’unica ragione degli anni estremi...”
“Il veterinario ha detto che devo aspettare e portarglielo lunedì”
“anni estremi, trascorsi nell’altalenante routine tra monitor...”
“Ti rendi conto? Stellino sta male male e quello resta in vacanza!”
“tra monitor... tra monitor e ippodromo. Un libro al vetriolo...”
“Ma se stesse male lui e al pronto soccorso fossero in vacanza?”
“Un libro al vetriolo... vetriolo... un libro al vetriolo”.
Ho smesso di leggere, non stavo capendo più nulla. Ho sollevato gli occhi verso la donna, lei lo ha notato e ha ricambiato lo sguardo. Era sulla trentina, aveva un bel viso, sebbene troppo truccato per i miei gusti, ed era ben fatta, con le curve dove dovevano essere. Non l’avevo osservata prima, la voce implacabile e poco armoniosa aveva spento in me qualsiasi curiosità di sapere da quale essere vivente provenisse. Prima ancora che cominciassi a fantasticare su quel corpo, un nuovo assolo telefonico mi ha riportato alla realtà, facendomi giungere alla conclusione che non potevo avere il suo corpo senza quella voce, erano parti di un tutto. Lei continuava a guardarmi mentre parlava con l’amica, gesticolando con la mano libera, denigrando chiunque fosse oggetto del discorso: il veterinario, il ragazzo, il vicino. Quel modo di porsi, saccente e presuntuoso, la faceva assomigliare terribilmente alla mia ex moglie.
Una copertina diversa di un libro che non mi andava di rileggere.
Mantenendo lo sguardo su di lei ho alzato lentamente il Bukowski, mostrandole il disegno dell’uomo in piscina. Lei, sorridendo, ha prima cercato di metterlo a fuoco, protendendosi verso di me, poi vi è riuscita. Lo so per certo perchè ho visto il sorriso spegnersi. La donna si è allontanata condividendo con l’amica la propria indignazione; io ho percepito solo “cafone”, mentre usciva, ma tanto mi è bastato per rallegrarmene.
“In questa sala”, mi sono detto solenne, come fossi Clint Eastwood che ha appena ucciso il cattivo col fucile, “non c’è posto per le parole inutili”.
Una voce radiofonica ha comunicato che la libreria stava per chiudere. Ho pagato e sono uscito dalla libreria, capitan Bukowski era con me e all’ultimo avevo deciso di prendere anche il sobrio Fitzgerald. Ho pensato che, sebbene la cosa più importante sia il contenuto, a volte anche la copertina ha la sua fottuta importanza.  

mercoledì 8 agosto 2012

Red Apple (parte I)



« Come vede, Signor Governatore, sono pronti. Mille esemplari, in tutto e per tutto identici al soggetto originale preso come modello »
« Ottimo, bene, bravi. Che ne avete fatto della dottoressa Stevenson? »
« Eliminata, Signore, così come la sua famiglia e gli amici più stretti »
« Ottimo, bene, bravi. Il procedimento educativo com’è andato? »
« Tutto nella norma, Signor Governatore, non abbiamo mai avuto un ordine così ingente da un cliente. Un ordine... molto originale. Da parte nostra è stato stimolante e proficuo attuarlo »
« Mi illustri la situazione »
« I primi duecento cloni, i due gruppi laggiù sulla sinistra con le uniformi bianche, sono stati educati come psicologhe ed esperte della comunicazione, loro avranno l’incarico di curare le sue prossime campagne elettorali, gli spot neurali e le pubbliche relazioni »
« Ottimo, bene, bravi »
« Dal terzo all’ottavo gruppo, in blu, abbiamo i suoi avvocati, penalisti, giudici, un intero apparato giudiziario pronto ad essere distribuito sulla faccia del pianeta. Nell’ordine, i gruppi in questione parlano spagnolo, portoghese, cinese, arabo, inglese e francese »
« Vive la France »
« Le uniformi nere, nono e decimo gruppo, sono esperte di armi da fuoco, armi bianche, esplosivi e arti marziali. Saranno le sue guardie del corpo o, all’evenienza, killer professionisti »
« Sono tutte molto serie, sembrano delle militari così disposte in gruppi quadrati »
« Sono in attesa di ordini, Signore, sono state addestrate per obbedire a lei solo, come antichi samurai pronti a donare la vita al proprio imperatore »
« Imperatore... Fa rima con Governatore, non è vero? »
« Sì Signore, arguta osservazione »
« E quell’ultimo gruppo laggiù, quello rosso? Non mi pare di aver ordinato altro »
« Quello è un omaggio della ditta, Signor Governatore. Sarà il suo harem personale»
« Siete degli idioti! Che me ne faccio di un gruppo di donne tutte uguali? »
« Signore, abbiamo colto l’occasione per sperimentare mutazioni genetiche indotte che permettono di intervenire sulla coltivazione del corpo durante i primi due anni di vita relativa »
« Interessante, continui »
« Nei pochi giorni a nostra disposizione è possibile modellare la forma del corpo a piacimento, abbiamo quindi voluto migliorare la forma del soggetto originale di partenza, secondo i diversi canoni estetici definiti dal Sistema Internazionale, senza nulla togliere alla bellezza della dottoressa Stevenson che, devo ammettere... »
« Seni e sederi più grandi, lo noto solo ora, è vero, non sono uguali alle altre, là dietro nelle ultime file ne vedo anche alcune bionde, geniale! »
« Ognuna di esse è stata inoltre educata fin dalla nascita ad eseguire con maestria ogni pratica sessuale conosciuta. Fa parte di uno dei progetti per il prossimo anno, il “Red Apple 2069”. Vogliamo invadere il mercato con… »
« Non mi interessa il vostro business, cos’altro sanno fare le rosse? »
« Ogni esemplare è stato programmato per memorizzare un settore completo dello scibile umano su cui può compiere riflessioni, deduzioni e ipotesi. Questo particolare indottrinamento ha permesso di ottenere caratteri comportamentali diversi, dipendentemente dalla materia di studio. Scoprirà lei stesso come l’educazione di stampo umanistico abbia influito in modo più marcato sulla socialità e apertura mentale dei soggetti rispetto a quello scientifico. A partire da sinistra abbiamo storia, filosofia, letteratura, teatro, cinema, musica,  ... »
« Sbalorditivo! Con ognuna di loro potrei parlare per ore di ogni argomento conosciuto! »
« Esatto, Signore »
« E se poi mi stanco? Voglio dire, mia moglie parla per ore, ne ho già abbastanza »
« Qui pensiamo a tutto, Signore, all’occorrenza è possibile impostare la modalità silenziosa »
« Cosa sarebbe? »
« E' possibile impartire un comando tramite una parola d’ordine che agisce direttamente nel loro subconscio, inibendo il desiderio di parlare »
« Ottimo, bene, bravi. Questo esercito di cloni mi permetterà di conquistare il mondo intero! »
« Sì, Signor Governatore »
« Il pagamento dei sette milioni di crediti avverrà nel giro di pochi secondi »
« Grazie, Signor Governatore »
« Nel frattempo mandi nel mio alloggio un clone del gruppo rosso »
« Qualche indicazione? »
« Quella con le tette più grandi »
« Sì, Signor Governatore, altro? »
« Qual è la parola d’ordine? »



domenica 5 agosto 2012

Caldo Dentro

La mattina, mentre vado a lavoro in autobus, leggo.
E’ un viaggio di venticinque minuti che negli anni ho imparato ad apprezzare molto, fino a poter affermare che la mia serenità dipende da questo breve tragitto.
Ho trovato posto a sedere e sto concludendo “Festa Mobile”. In questa serie di racconti Ernest Hemingway descrive una Parigi affascinante, che ha veramente vissuto negli anni venti, in prima persona, conoscendo artisti che oggi sono noti in tutto il mondo, come James Joyce, Pablo Picasso, Scott Fitzgerald.
Alzo gli occhi, vedo le due torri in avvicinamento davanti all’autobus e penso che Bologna sia come una piccola Parigi, con i suoi piccoli artisti desiderosi di emergere e nello stesso tempo di affogare nell’alcol. Proprio come la “generazione perduta” del libro. Non ne conosco molti, di artisti, e quei pochi che conosco sono poco inclini ad ascoltare gli altri, poco sinceri nel raccontare se stessi, sanno lamentarsi, non sanno bere, criticano molto, esprimono poco.
I racconti più interessanti del libro parlano di Scott Fitzgerald. Anche in uno degli ultimi film di Woody Allen, il personaggio di Fitzgerald è tra le figure più interessanti. Il grande Fitzgerald. Il grande Francis Scott Fitzgerald che ha scritto “Il Grande Gatsby”. Mai letto niente di lui. Comunque il nome mi è noto, c’è una vecchia canzone di Bob Dylan, una delle mie preferite, che nomina i suoi libri come opere per intellettuali o presunti tali. Mi dico che, come presunto intellettuale, dovrei leggerne qualcuno anch’io.
Smetto di divagare e ritorno con la testa sul libro, per finire l’ultima pagina.
E’ estate, fuori c’è un’afa insopportabile mentre dentro c’è un freddo innaturale che mi pare duri da un’eternità. I condizionatori sui mezzi pubblici funzionano a pieno regime o non funzionano per niente.  
Alzo gli occhi, c’è una ragazza seduta davanti a me, osserva la copertina del libro su cui è stampato il faccione di Ernest con la barba bianca. La ragazza sposta lo sguardo sulla mia, di barba, sorride divertita. Anche a me farebbe ridere un barbuto che legge un barbuto. Ricambio il sorriso, chiudo il libro, guardo fuori dal finestrino dell’autobus, mancano un paio di fermate.
“E’ bello?” i suoi occhi sono scuri, gli occhi che vorrei avvesse un giorno mia figlia.
“E’ sincero” rispondo ripetendo ciò che Hemingway ha scritto di se stesso, per darmi un tono.
“E tu lo sei?” mi chiede.
“Sempre” mento, sorridendo.
Se potessi avere il dono dell’ubiquità probabilmente mi prenderei a sberle. Lei ricambia il sorriso, non le sembro così patetico come invece risulto a me stesso. Cominciamo a parlare del libro, di Parigi, di Fitzgerald, Woody Allen e Bob Dylan, per un tempo che è troppo breve, siamo già alla mia fermata e io non ho detto abbastanza cose inutili, abbastanza per poterle chiedere di rivederci. La saluto, mi alzo, ci scambiamo uno sguardo dicendoci senza parole “purtroppo è andata così”, leggo sincero dispiacere sul suo viso. Mentre mi avvicino all’uscita mi chiedo se ci rivedremo ancora, a Bologna prima o poi rincotri tutti, a differenza di Parigi. Le porte centrali dell’autobus si aprono, esito, una vecchietta alle mie spalle mi rimprovera, allora scendo sul marciapiede e faccio passare l’anziana signora. Risalgo subito, un attimo prima che le porte si richiudano. Raggiungo occhi scuri e mi siedo, lei sorride stupita, raggiante, non mi chiede perchè non sono sceso, lo sa già. L’autobus riparte, le cicale continuano il loro concerto confuso, io le racconto altre cose inutili, un numero di cose inutili sufficiente per chiederle di rivederci l’indomani.

Continuo a prendere l’autobus.
Continuo a leggere.
Continuo a portare la barba.
E’ nuovamente estate, fuori c’è un’afa insopportabile, il condizionatore dell’autobus è fuori uso ma a me non dispiace, va bene così, con il caldo dentro.

venerdì 19 agosto 2011

Sfrattate (Tape 1 e 2)


Queste sono le prime due scene girate di "Sfrattate", un film che ho scritto e sto dirigendo assieme ai Dirty Drunks. Nella prima stesura della sceneggiatura, queste erano le scene numero 1 e 10, successivamente sono state spostate data la natura modulare della storia; il sottotitolo riporta "Tape 1" e "Tape 2" ad indicare i primi due nastri mini dv utilizzati nelle riprese di questo progetto.
La musiche utilizzate in queste pubblicazioni non sono originali, ci proponiamo di utilizzare musiche di nostra produzione (o dei nostri piu' stretti collaboratori) nella versione finale del progetto.

TAPE 1



TAPE 2


Buona visione

lunedì 13 settembre 2010

Cambiamenti Epocali

venerdì 19 febbraio 2010

I due cugini e il corvo


C'era un terreno, di terra buona, quella che se la curi e le vuoi bene restituisce buoni frutti, un terreno grande quanto un campo da calcio. Il terreno apparteneva a due lontani cugini, che avevano intenzione di far fruttare quella piccola fortuna coltivando grano. Avevano sempre avuto il sogno di fare i contadini ma sapevano che era troppo rischioso, per dedicarvisi a tempo pieno, difficilmente quel lavoro avrebbe potuto sfamare le loro famiglie; i due cugini avevano preso così la propria strada divenendo, rispettivamente, falegname e fabbro.

Il fabbro aveva creato alcuni arnesi da lavoro e il falegname aveva costruito un capanno  in cui lasciarli, a lato del terreno; inoltre possedevano un cavallo ognuno, questi cavalli sarebbero tornati molto utili nel momento dell'aratura. Avevano dunque tutti i mezzi necessari: badili, vanghe, sementi, concime, un aratro e quant'altro servisse per coltivare una terra a grano. Sapevano sufficientemente bene come utilizzare ogni strumento per ottenere quello scopo comune anche se ognuno era particolarmente esperto e competente in alcune mansioni e conosceva meno le altre; lavorando assieme, però, potevano applicare le loro conoscenze nel migliore dei modi, in maniera complementare.

Sia il falegname sia il fabbro erano occupati mattina e pomeriggio con il proprio "primo" lavoro, per l'appunto quello di falegname e fabbro, questa attività permetteva loro di pagare l'affitto e mangiare; il lavoro al campo era solamente, diciamo così, un modo che entrambi avevano di sentirsi liberi ed esprimere la propria natura. I padri erano stati contadini. I nonni erano stati contadini. Sentivano di aver perso qualcosa cambiando questa tradizione. Ognuno dei due era poi occupato con le proprie famiglie, amici, altre passioni e altre attività. Qualche volta andavano al campo ma era molto difficile trovarli entrambi nello stesso giorno, così molte volte capitava, per esempio, che arassero lo stesso tratto di terra lasciando altre parti in sospeso per molto tempo, capitava che sbagliassero la quantità di concime o che dimenticassero lavori compiuti in precedenza; ognuno applicava la propria conoscenza lavorando spesso senza l'altro e solo saltuariamente. Ogni anno, nel tempo del raccolto, il falegname e il fabbro passavano insieme a vedere il loro campo e ogni anno dovevano constatare che il grano non era ancora pronto per essere raccolto e rimanevano stupiti di questo fatto, cominciavano a imprecare e si domandavano a gran voce quale potesse esserne la causa.


Un corvo se ne stava su un albero, vicino al terreno dei due cugini.
Ogni anno, quando i due giungevano assieme nel tempo del raccolto, il corvo li guardava, e li ascoltava in silenzio. Un bel giorno, invece di starsene zitto, gracchiò loro: "Di che vi stupite?" il falegname e il fabbro si voltarono, allibiti, verso il pennuto nero che continuò "Veramente credete che si possa coltivare un campo di grano così come state facendo voi? In questo terreno ci venite assieme una volta al mese quando va bene, è troppo poco per coltivare un campo così grande, non lo capite? Non li vedete gli altri campi attorno al vostro?" i due guardarono verso i terreni vicini e videro decine di persone in ogni terreno circostante lavorare, grondanti di sudore. Il corvo continuò "Io che sono sempre qui posso dirvi che quelli vengono ogni giorno e, quando non possono di giorno perchè hanno un altro lavoro, vengono di sera, di notte, anche nei giorni di festa, soprattutto nei giorni di festa!". L'uccello aprì più volte le ali, sbattendole, come per sottolineare quello che considerava essere un suo grande solenne discorso "Con quale presunzione pensate di ottenere un raccolto migliore venendo qui solo di tanto in tanto? Non lo vedete che gli altri ci spendono ogni minuto possibile del loro tempo? Voi venite qui una volta al mese e siete solo due!". Il falegname e il fabbro mantennero l'attenzione sull'animale, il corvo dal canto suo li guardò severamente, saltò su un ramo vicino e dopo una breve pausa concluse con tono più basso "Perlomeno abbiate il buon senso di non chiedervi continuamente perchè il lavoro non è ancora concluso, abbiate la decenza di non andare in piazza del mercato a gridare di voler vendere del grano prima ancora di averlo raccolto! Infine... piantatela di lamentarvi ogni mese" sbuffò il corvo "mi disturbate ogni volta e mi annoiate tremendamente!".

Il fabbro a quel punto imbracciò all'improvviso il fucile che teneva sulla spalla sinistra, puntò rapidamente il corvo e sparò, facendogli saltare la testa. Il corpo del pennuto cadde dal ramo a terra, mentre nell'aria volteggiavano ancora piume scure, lorde di sangue. "Bel colpo!" disse il falegname sbottando in una grassa risata. "Grazie, grazie" rispose il fabbro soddisfatto. Risero parecchio, mimando le movenze dell'uccello e risero ancora, quasi fino a piangere, imitando alcune frasi della sua predica e concludendo inevitabilmente la recita con il colpo di fucile. Infine, scemata l'ilarità, si allontanarono.

"Odio le prediche, chi si credeva d'essere?" disse il fabbro.
"Beh, dai, un po' aveva ragione" rispose ancora divertito il falegname.
Il fabbro esitò un attimo "sì... può darsi, ma non mi piaceva il suo tono".
Il falegname "Che ti aspettavi da un corvo? Che ti parlasse con voce dolce e suadente?" replicò ridendo.
Il fabbro sbuffo e rise "Ma sì, forse hai ragione, ci rifletterò sopra allora".
Il falegname a questo punto cambiò discorso e gli chiese "Quando ci si rivede per fare qualche lavoro al campo?".
"Non so, ti faccio sapere" rispose il fabbro.
I due cugini si salutarono e si separano, andando ognuno per la sua strada.